Il mio ricordo di Silvana

Carla Rossi

 
 
Ho conosciuto Silvana nel 2008 e ci ho messo qualche tempo per scoprirla e apprezzarne le infinite qualità. Perché Silvana era una persona che viveva la vita in maniera discreta: non l’ho mai vista sgomitare per apparire, non l’ho mai vista parlare oltre misura.
 

Ecco, Silvana conosceva la rara dote della temperanza, virtù ormai quasi sconosciuta in questa società dove tutto è “iper”, amplificato, esagerato. Silvana, invece, con la sua elegante discrezione, con la sua nobile riservatezza, con la mitezza dei modi, con il suo equilibrio era una persona fuori dal comune, la cui profonda complessità potevi scoprire solo con il passare tempo.
 

Quando ci ho parlato per la prima volta, quello che mi ha colpito di lei, sono stati i suoi occhi. Gli occhi di Silvana non erano azzurri, ma erano limpidi, vivaci e ti guardavano, generalmente senza trucco e – sempre – senza maschera, arrivando a scrutarti nel profondo. Quegli occhi erano lo specchio della sua anima e ti costringevano, con la loro disarmante sincerità, a gettare anche la tua maschera, per entrare in piena sintonia con una persona il cui animo era ricco, limpido e sincero almeno quanto quegli occhi.
 

Di fianco a Silvana anche io gettavo la mia maschera: non ne avevo bisogno, perché Silvana era una persona con la quale fin da subito riuscivi a stringere un rapporto autentico, profondo, umano. Di fianco a Silvana anche io diventavo un pochino più temperante, perché non potevo fare a meno di apprezzare la sua natura equilibrata, misurata, quasi placida, direi.
 

Attenzione, però, non vorrei essere fraintesa: che fosse mite, temperante non vuol dire che fosse debole. Silvana, lo scoprivi poi, era una persona determinata, animata da una forza interiore che ho visto in pochi. Era tenace e lo è stata fino in fondo quando, con ammirevole determinazione, continuava a immaginare il suo domani. L’ultima volta che ci siamo viste, per scambiare due chiacchiere al bar in un pomeriggio di fine primavera, mi colpì il contrasto tra la sua fragilità – quella che le era ormai imposta dalle sue condizioni fisiche, perché la malattia la aveva resa più piccola, più vulnerabile – e la tenacia con cui prospettava il futuro, certa che la chiamata a professore, stavolta, sarebbe senz’altro arrivata.
 

Non è arrivata, non ce ne è stato il tempo, ma quella nomina formale non pervenuta non scalfisce minimamente la sua natura di Professore con la P maiuscola.
 

Quando mi sono avvicinata all’insegnamento universitario ho sempre tenuto come punto di riferimento una frase di Rabelais che diceva: «Il discepolo non è un vaso da riempire, ma una fiamma da suscitare». Ecco, io penso che Silvana, la Professoressa Rinauro, sia stata una docente capace di risvegliare nei suoi allievi la passione per l’apprendimento della Matematica, disciplina che certamente non risulta essere la più amata dagli studenti di Economia. La prof Rinauro, poi, aveva ben compreso che quando la cultura del docente fa parte del suo stile di vita, questi è capace di usare parole semplici per esprimere concetti articolati, è capace di insegnare con chiarezza anche quando trasmette conoscenze complesse. Un docente vero – e Silvana lo era a pieno titolo, fino in fondo – sa che queste conoscenze non dovranno solo arricchire il patrimonio cognitivo degli allievi ma diventeranno ANCHE importanti valori individuali degli stessi, se saranno state trasmesse con un’anima piena di calore umano e passione. Esattamente quella che aveva Silvana.
 

Mitezza, temperanza, determinazione, umanità, passione. Mi sembra che siano proprio queste le parole più adatte per descrivere Silvana. Volendo racchiuderle in un’immagine, posso prendere a prestito il linguaggio dei fiori e riferirmi all’azalea: un fiore che, pur crescendo nell’ombra, ti sorprende con i suoi colori sgargianti quando sboccia, un fiore che è il simbolo della temperanza, della resistenza, della femminilità e dell’amore puro e incondizionato. Come quello che Silvana ha riversato sulla sua magnifica famiglia – in primis sulle sue figlie, di cui era giustamente tanto orgogliosa – sui suoi studenti e su noi Colleghi che abbiamo avuto la fortuna di conoscerla.
 

Per questo, Silvana, ogni volta che vedrò un’azalea fiorire penserò a te, all’amore che tu hai donato, a noi tutti, che resterà qui, discreto ma sempre presente, come un seme capace di fiorire in maniera perenne.

Autore dell'articolo: Carla Rossi

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